(1998, Omaha, Nebraska)
All’inizio del millennio, Conor Oberst era la promessa della musica cosiddetta alternativeamericana, il nuovo Bob Dylan. Neanche vent’anni, e sfornava canzoni come panini, con arrangiamenti sanguigni e testi complessi e tormentati. I Bright Eyes sono lui, e musicisti e amici cooptati di volta in volta. Mai esplosi, ormai sono diventati un’istituzione creativa, molto amati e molto odiati (lui se la tira un po’, in effetti), lontani dalla possibilità di grandi successi ma degnati di pagine intere su «Time».
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