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Prefazione all’edizione 2008

Playlist: Latest post

Nell’anno e mezzo passato tra la prima edizione di questo libro e quella che avete in mano sono successe molte cose che hanno a che fare con la musica e le canzoni e quello che raccontavo nell’introduzione originale. Ma al tempo stesso quell’introduzione la scriverei uguale oggi, ché le cose che spiegava sono ancora più valide e casomai solo più vistose e condivise di allora.

A ottobre i Radiohead – che alcuni anni fa erano stati la band più ammirata del pianeta, prima di rallentare la loro produzione e passare un po’ di moda – hanno pubblicato il loro atteso nuovo disco solo su internet, permettendone l’acquisto sul loro sito solo in formato mp3. Se non era la prima volta che qualcuno vendeva musica online prima che nei negozi, era però molto ardita la formula commerciale: le dieci canzoni potevano essere scaricate in cambio di una cifra a scelta dell’acquirente. È passato qualche mese prima che il disco venisse venduto anche nei negozi, nella sua vecchia concretezza di cd.
Il giudizio sul riscontro economico di quell’operazione è controverso: qualcuno sostiene che gli introiti delle vendite online sono stati notevoli e mai visti prima, altri obiettano che a vendere il disco subito nei negozi i radiohead avrebbero guadagnato di più. Ma è certo che è stato una delle tappe più importanti della progressiva emancipazione della bands dalla discografia, e della prevalenza della rete nella distribuzione ufficiale nella musica.

Qualche mese prima Prince – che già da tempo aveva provocato l’industria con scelte di indipendenza – aveva venduto il suo disco in anteprima con un quotidiano inglese. Internet non c’entra, ma la sovversione delle regole canoniche di diffusione della musica sì.

È uscito un bel librone di intenzioni simili a questo, scritto da un giornalista australiano: si chiama “1001 songs”. L’autore Toby Creswell racconta nell’introduzione di un commesso di negozio di dischi che gli consigliava ogni settimana “il miglior disco di tutti i tempi”.
“Al tempo io aspiravo alla grande vocazione della critica rock e l’entusiasmo continuo di Jules era per me un’eresia. Pensavo che il rock fosse una forma d’arte, e come tale dovesse avere un canone come la pittura e la poesia e la letteratura e il cinema. Ci doveva essere una gerarchia di valori. Se il rock era un arte, allora “Get dancing” di Disco Tex e le Sex-O-Lettes di certo non poteva essere “il miglior disco di tutti i tempi”.
Naturalmente mi sbagliavo. Quello che Jules intendeva era che “ora e qui”, Disco Tex era grande. Arrivava dritto al bersaglio. Aveva senso. Non aveva nessuna importanza se la gente lo avrebbe ascoltato o no trent’anni dopo (e no, non lo avrebbe fatto).
Non esiste la migliore canzone di tutti i tempi. E se non c’è, e non c’è nessun canone, allora in quei tre minuti in cui Disco Tex & the Sex-O-Lettes vi stanno portando via, “Get dancing” può esserlo lei, la più grande. Questa è la musica: ciò di cui è fatto l’amore, non la cura per il cancro.
Così, la prima lezione che ho poi imparato è di giudicare prima la musica con il cuore. E così, capisci che certe canzoni rimangono e ritornano: diventano la trama della vita”. (Toby Creswell, 1001 songs, Thunder’s Mouth Press 2006)

Sono ormai frequentissimi i casi di artisti che vendono singole canzoni online, prima che esca il disco. Negli ultimi mesi Jovanotti, Randy Newman, Beck, i Red Hot Chili Peppers, Jack Johnson. Solo per dirne alcuni. La formula del “singolo”, che pareva destinata al declino sta sempre più riguadagnando un nuovo spazio.
Prendete Mika, che è arrivato al numero uno delle classifiche inglesi solo con le vendite del download di “Grace Kelly”, senza che il CD fosse ancora nei negozi. E che poi, da quel CD, ha tirato fuori altri sei singoli.

Intanto sono arrivati su iTunes anche i Led Zeppelin, e il catalogo dei negozi online è ormai ricchissimo: mancano ancora i Beatles.
Certo, tutto questo non dice che il mercato del disco stia rinascendo online. Il mercato del disco è ancora in crisi e le promettenti crescite delle vendite online per ora sono solo promettenti e imparagonabili ai volumi di affari che il business tradizionale va perdendo. Ma le cose cambiano.

Questo libro è stato molto divertente da scrivere. Poi è andata che abbia anche venduto discretamente, e tanto meglio. Ma soprattutto ha ricevuto – anche attraverso il sito playlists.it – molti messaggi generosi e gratificanti dai suoi lettori. E diversi di questi messaggi davano soddisfazione al primo intento di questo libro: aiutare a scoprire nuove, belle, canzoni. Il secondo intento era di mettere insieme una cosa leggibile piacevolmente, e su questo vedete voi. Ha dalla sua di essere uno di quei libri che si possono leggere a pezzi, e sfogliare, e saltare, eccetera.

Nel racconto che occupa gran parte dell’introduzione che forse avete letto, che comincia dal magnetofono Castelli e arriva a iTunes e la funzione random, ho dimenticato un passaggio che mi è tornato in mente oggi all’improvviso, ulteriore tappa intermedia di questa evoluzione. Il primo lettore CD che comprai – già avanti, non fui precocissimo in questo acquisto – era un Pioneer con una funzione nuova e per me decisiva: memorizzava la programmazione inserita per ciascun cd. Tu impostavi la sequenza in cui volevi ascoltare le canzoni, e ogni volta che inserivi quel cd nel lettore, lui lo riconosceva e ti offriva quella sequenza. Questo permetteva soprattutto l’applicazione di due opportunità: quella di eliminare le canzoni indesiderate dalla sequenza (Whodunnit da Abacab, per esempio), e quella (aah! sacrilegio!) di sovvertire l’ordine in modo da ascoltare in successione le canzoni lente oppure quelle più agguerrite, in base al mood e alle attività collaterali dell’ascoltatore. In realtà mi stufai presto di impostare la programmazione, e la cosa finì lì. Ma a ripensarci oggi, fu la prima luce di personalizzazione automatica in fondo al tunnel delle sequenza di ascolto imposta.

I confronti con i lettori sono stati molto divertenti e utili. Intanto per correggere diversi errori contenuti nella prima edizione. Per dire solo dei lapsus più imbarazzanti, si confondeva una canzone di Eros Ramazzotti con un’altra e “Scarface” con “Carlito’s way” (a proposito della canzone di Joe Cocker). Altri disaccordi erano figli delle ambiguità di cui è ricca l’aneddotica del rock: in diversi casi una verifica più attenta mi ha fatto scoprire equivoci e leggende.
Come era prevedibile, molti hanno avuto da ridire sulle scelte: per la maggior parte trasformando i dissensi in un gioco o dandomi suggerimenti opportuni e facendomi scoprire cose che neanche conoscevo. Altri hanno un po’ esagerato con l’invidia per il fatto che i miei giusti fossero diventati libro e i loro no, ma io sarei stato altrettanto invidioso al posto loro. Nel frattempo, sono comunque usciti diversi altri volumi di scelte musicali, quasi tutti ben fatti e per i gusti più diversi.

Le playlist sono nel frattempo diventate così parte dei modi di dire e di fare da essere quasi passate di moda. Le cataste di playlist composte dai giornali bruscamente in ogni occasione sono diventate rapidamente noiose, e sono per fortuna assai diminuite. Sopravvivono in giro quelle più approfondite o originali. Poco dopo l’uscita di questo libro mi chiesero addirittura di produrre una “playlist per il congresso dei DS”, l’ultimo congresso dei DS. L’idea serviva soprattutto a fare uscire un’immagine modernista per cui il partito sarebbe stato messo in relazione con il termine “playlist” dai giornali, e tutti contenti. Questo avvenne, ma il mio ruolo di deejay fu un po’ sovrastimato: mi ero limitato a consegnare un mucchietto di titoli come test grossolano di quello che volevano, e loro mi dissero che andava benissimo il test grossolano, e finita lì.
Però scusatemi se ci tengo a garantire che se sui giornali si scrisse che avrei scelto per il congresso Mina, De Gregori, Battiato, Springsteen e i Rolling Stones, è perché sui giornali questi sono i soli nomi che riconoscono (venni anche rimproverato di non aver incluso la solita morettiana canzone di Caterina Caselli). Insomma nella playlist consegnata c’erano anche i Blue Nile, i CSI, i Jam, i Divine Comedy e Frank Black, per fare degli esempi.

Un giorno di primavera sono stato a Sanremo. A Sanremo. Ho chiesto a un paio di librerie e non avevano “Playlist”. Ci sono rimasto un po’ male. Poi però, d’estate, l’ho trovato allo shop del traghetto della Moby per la Sardegna.

Questa nuova edizione tiene fede all’espressione canonica “riveduta e aggiornata”. Siamo venuti incontro alle principali richieste dei lettori, e abbiamo ovviato ad alcune mancanze: aggiungendo degli indici, e le playlist di alcuni artisti che le meritavano. E abbiamo corretto molti errori della prima edizione: alcuni sciocchi lapsus e altre cose inesatte di cui sono grato a chi mi ha scritto per segnalarmele. Ce ne saranno ancora, di errori: e chiedo ancora scusa.
Poi abbiamo aggiornato alcune delle playlist esistenti con quel che di buono è uscito nel frattempo. In più, c’è qualche nuova storia, di quelle che stanno sugli sfondini grigi.

Molti degli artisti scelti a suo tempo per questa raccolta hanno pubblicato cose nuove nel 2007 e nei primi mesi del 2008. Tra queste ci sono belle canzoni che hanno trovato spazio nelle playlist relative, ma anche molte cose più irrilevanti o non all’altezza di quelle scelte a suo tempo: nella prima categoria stanno per esempio “Fango” di Jovanotti, “Mi persi” di Daniele Silvestri e “Ordinary people” di Neil Young. Mentre associo con rammarico alla seconda categoria gli ultimi dischi di Ryan Adams, Bright Eyes, Duran Duran, Eagles, Rickie Lee Jones, tra gli altri. Joe Jackson ha fatto un nuovo disco “Rain”, che pur avendo tutto il sound del migliore Joe Jackson non lascia nessuna canzone memorabile. Ma qui si va in dettagli: era per dire che tutto quel che era degno di aggiornamento, è stato aggiornato.

E grazie.

Discussion

4 comments for “Prefazione all’edizione 2008”

  1. E ci sono i Ramones… sono curioso di vedere quali canzoni hai inserito. Sbircerò in libreria perchè il libro l’ho già comprato

    Posted by Geffe | aprile 4, 2008, 10:02
  2. il bello sarebbe commentare qui i post di wittgenstein.

    Posted by Roberto | aprile 4, 2008, 12:56
  3. Ma ti sembra giusto che, avendo acquistato la vecchia edizione appena uscita, non posso ricevere aggiornamenti e un bramatissimo, sacrosantissimo indice, mentre gli altri, freschi freschi, comprano il libro a distanza di un anno ed hanno diritto tutto ciò?!? La mia enciclopedia è diversa! :-(

    Posted by Alek | aprile 4, 2008, 13:02
  4. Per playlists sarebbe bello realizzare (ma con grande fatica) una musicassetta con Muxtape (www.muxtape.com), ne parlo nel mio ultimo post.

    Posted by Dario Salvelli | aprile 4, 2008, 14:13

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Artisti

  • John Martyn
    (1948, New Malden, Inghilterra - 2009) John Martyn era un barbuto cantautore un po’ inglese e un po’ scozzese sulla sessantina, popolare non ora e non qui, autore di grandi canzoni e innovatore della relazione tra folk, blues e jazz, soprattutto nei Settanta. Ma fino alla sua morte aveva suonato e cantato ancora (con una voce inconfondibile, borbottata) malgrado gli avessero amputato una gamba pochi anni prima.  #