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L’introduzione (un pezzo)

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“I am a deejay, I am what I play”
(David Bowie, D.J.)

“Heard that tune, and now I’m pining
Honey, can’t you see?
‘Cause every time I hear that melody
 something breaks inside”
(Tom Waits, Grapefruit moon)

L’avevamo voluto moltissimo. Io e mio fratello ricevemmo in regalo il magnetofono Castelli per un natale, o un compleanno: questo non me lo ricordo esattamente. Ma lui, il magnetofono, me lo ricordo benissimo. Per la lingua di allora – la parola è in effetti desueta – un magnetofono era semplicemente un registratore a cassette, che aveva ereditato il suo nome dai precedenti registratori a bobine (mia zia ne aveva uno, a bobine: ma era rotto, e noi bambini l’avevamo sempre guardato desolati, schiacciando i tasti invano ogni volta che gli passavamo vicino, hai visto mai). Cosa fosse un registratore dovreste invece saperlo tutti, almeno ancora per qualche anno. E insomma, l’avevamo voluto moltissimo. L’idea di poter “possedere” la musica che sentivamo alla radio, di poterla ascoltare a nostro piacimento, e gratis, ci sembrava una cosa quasi troppo bella per essere possibile. Un registratore. E invece arrivò. Era nero, grande come una scatola da scarpe – una scatola da mocassini, direi – e aveva i tasti di colori diversi: rosso quello della registrazione, che andava premuto assieme a quello della riproduzione, e grigi gli altri. Naturalmente si chiamavano REC, PLAY, PAUSE, FFWD, REV e STOP. Noi li pronunciavamo esattamente così: “premi rec!”, oppure “premi ffwd!”, che suonava una specie di sputacchio ma dava anche un’idea immediata e onomatopeica dell’avanzamento veloce del nastro.
Eravamo piccoli. Io avevo nove anni e mio fratello otto. Non so come diventammo appassionati di “musica leggera” (allora si chiamava così) così presto. In casa c’erano in effetti alcuni dischi e alcune passioni: ma erano cantanti francesi, vecchi Battisti, Mozart, Donovan. Non le cose che passavano in radio nel 1974.
Invece noi ascoltavamo quelle: e in particolare Alto Gradimento e la hit-parade di Lelio Luttazzi. Andava in onda tutti i venerdì intorno all’una: forse 13 e 20, se la memoria non m’inganna (ma forse mi confondo con Happy Days, che andava alle 19 e 20, qualche anno più tardi). Erano le nostre scadenze fisse della settimana. La Hit-parade, i primi otto in classifica, il venerdì e in replica il lunedì. E i Dischi caldi – la serie B, i secondi otto – la domenica e il giovedì. Presentati da Giancarlo Guardabassi.
Il magnetofono Castelli ci cambiò la vita. Usavamo delle cassette BASF o “Compact Cassette”, vendute senza scatola all’Upim: TDK e Sony sarebbero venute poi. Chiudevamo la porta del soggiorno e ci sdraiavamo sul tappeto con la radiolina portatile e il registratore. Predisponevamo tutto schiacciando il tasto PAUSE, poi REC e PLAY assieme, e dopo il rituale urlo “hiiiit-parèeeeiiiii!”, ci concentravamo sull’operazione: indice pronto sul tasto PAUSE e attesa dell’annuncio del titolo successivo per decidere se ci interessava o no. La cosa era resa più complicata dagli applausi che aprivano e chiudevano la trasmissione della canzone, e che vi si sovrapponevano a metà dell’esecuzione. Quelli a metà erano inestricabili, e ce li tenevamo. Gli altri cercavamo di tagliarli fuori. Il risultato non era sempre soddisfacente: a volte sbagliavamo il tempo, o sbagliavamo il tasto. In altri casi la canzone era trasmessa già molto iniziata. Nel primo caso ci avremmo riprovato qualche giorno dopo, con la replica, stavolta allertati. Nel secondo ci saremmo tenuti quell’esecuzione, salvo sostituirla la settimana successiva, sperando fosse ancora in classifica. Altre volte era reso necessario dai maldestri suoni di risate (nostre), starnuti o inciampi negli oggetti del soggiorno, che finivano sul nastro.
Naturalmente dopo un po’ di tempo possedemmo un discreto repertorio (una compilation, si sarebbe detto, se i tempi fossero stati già così degenerati), e le nostre attese si concentrarono sulla prima parte del programma, dove era più facile apparissero “nuove entrate”. Luttazzi aveva tutto un suo gergo: c’era “l’olimpo della hit-parade”, la “canzone regina”, la “canzone veterana”, la “damigella d’onore”.
Collego a quel tappeto del soggiorno nomi immortali nella mia memoria bambina e giustamente stradefunti in quella della musica mondiale: i Santo California, gli Albatross, Paolo Frescura, Leano Morelli. Malgrado le debolezze del gusto infantile, con mio fratello avevamo già maturato una certa capacità critica, per cui le nostre cassette privilegiavano i titoli internazionali che – era invece ancora scarsa la dimestichezza con l’inglese – scrivevamo sulla custodia così come li sentivamo declamati da Luttazzi: “RICIAU ALBIDÈ”, “DE ASSOL”, “A BLU SCIADO”, “ARRI CHEN”, “DETSUEI”, “NEVER CHEN SEI GUBBAI”.
Mi ricordo di quando il primato di “Pensieri e parole” – canzone avvolta da un alone di grandezza e mistero: non l’avevamo mai sentita, ma Luttazzi la citava sempre – fu infranto da “Ancora tu”, che rimase prima in classifica per dodici settimane (fu rimpiazzata da “Ramaya”, col nostro concorso: sospetto con vergogna possa essere il primo 45 giri che ho comprato in vita mia, in competizione con “All by myself” di Eric Carmen). Mi ricordo che saltavano sempre la trasmissione di “Je t’aime moi non plus”, e si parlava di una a noi misteriosa vicenda di “censura”. E mi ricordo di quando cominciammo – più tardi – ad applicare il procedimento miracoloso della registrazione alle canzoni contenute in alcuni dischi che passavano per casa. In assenza di cavi opportuni per il collegamento diretto, bisognava avvicinare molto il magnetofono Castelli agli altoparlanti di un giradischi Lesa a valigetta, appoggiare la puntina, schiacciare il tasto PAUSE e allontanarsi furtivamente e zittissimi dal soggiorno per i minuti necessari a che niente guastasse la registrazione.
La curiosità per la forma lunga e articolata del Long Playing era di là da venire e avrebbe segnato tutta la fase tra la terza media e il liceo: una fase dura e pura dedicata a dinosauri del rock e cantautori italiani (con un giradischi leggermente più evoluto, il cui braccio tornava a posto da solo, ci addormentavamo la sera ascoltando il Greatest Hits di Simon and Garfunkel e Tea for the Tillerman di Cat Stevens), prima che gli anni Ottanta mi riportassero a contatto con l’attualità più frivola.
C’erano i 45 giri – il primo regalo che abbia mai fatto a una ragazza che mi piaceva fu il 45 giri di “La vie en rose”, in seconda media: versione Grace Jones ovviamente -, c’erano i juke-box, c’era la hit-parade. Le canzoni nella forma radiofonica tra i due e i quattro minuti al massimo, messe in discussione anni prima nel mondo parallelo del rock, erano sempre l’unità di misura della musica pop. I concept album, le suite di tredici minuti del progressive rock, le esercitazioni strumentali, i medley, e tutti i tentativi di rivoluzione creativa degli anni Sessanta e Settanta non riuscirono in ciò che poté più tardi la tecnologia, con l’introduzione del cd. La conversione del Long Playing in Compact Disc fece storcere il naso a molti, e molti ancora ce l’hanno storto: perso il fascino dell’oggetto, persa la sua elegante vulnerabilità, persa l’unicità delle copertine e delle confezioni, persa la sfogliabilità e la leggibilità dei testi, persa per alcune scuole di pensiero persino la qualità sonora, persa ogni ritualità consolidata da decenni di uso. Perso quel senso di relazione visibile tra lo scorrere del solco sotto la puntina e il suono della musica, tra lo spazio concreto occupato sul vinile e la canzone. Ma – il successo della conversione sta lì a dimostrarlo – il compact disc diede nuova vita e un’illusione di immortalità e purezza a discografie storiche, rese più pratico, accessibile e invulnerabile l’ascolto e l’uso della musica, ci emancipò dal capovolgere il disco ogni venti minuti e dalla macchinosità di estrazione e allocazione di copertine, controcopertine, fodere interne, eccetera. Il passaggio da vinile a digitale ha funzionato, e con ragione (primi cd acquistati, questi me li ricordo: Year of the cat, L’apparenza di Battisti e Big Thing dei Duran Duran).
Ma il singolo? Il tentativo di mantenere in vita il formato del 45 giri – o EP, come si diceva dei singoli di grande formato, pensati originariamente per una più pratica gestione da parte dei deejay e poi diventati oggetti di culto per fans e collezionisti – trasferendolo sul nuovo formato si rivelò rapidamente sia erede dei limiti del vecchio che alieno alle praticità del nuovo. Rispetto al cd normale, il “cd single” suona autonomamente per un tempo molto breve; ha la sua stessa confezione – o quasi – e stesso formato, e nessuna identità e immagine sua, finendo per somigliare a una versione povera del cd vero e proprio. E in più, ha praticamente gli stessi costi industriali di un cd da dieci canzoni, ma si vende a un prezzo molto inferiore: non una gallina dalle uova d’oro per l’industria discografica.
Ne ho comprati alcuni, per collezionismo, per qualche tempo. Sono brutti, freddi, e inutili. I sedici EP su vinile degli Style Council mi sono più cari da soli di tutti i cento cd singoli che possiedo, compresi quelli dei Counting Crows e quello dei Pogues con la confezione di cartone. Quanto ad ascoltarli: prendere dallo scaffale una scatola di plastica, estrarne il cd, appoggiare da qualche parte la scatola, aprire il cassetto del lettore, infilare il cd, premere play, e tutto per un’emozione da tre minuti e quarantuno secondi che oggi posso avere con due click di mouse, è un’impresa dal rapporto costi-benefici del tutto assurdo per gli standard correnti. Ma questo è l’oggi, che come vedremo ha ulteriormente rovesciato la questione: il singolo intanto era già morto pochi mesi dopo l’arrivo del cd (tra il 1997 e il 2002, i cd singoli consegnati ai negozi americani passarono da 66 milioni e 700 mila a 4 milioni e mezzo).
E altrettanto precipitosamente, morirono le hit-parade. I numeri delle vendite dei singoli calarono, i singoli stessi divennero quasi solo un’unità di promozione radiofonica: in molti casi esistevano solo perché le radio avessero una canzone con cui ipnotizzare il pubblico verso l’acquisto di un cd che la conteneva (e questo è quello che avviene tuttora). Le classifiche divennero ostaggio di variazioni repentine e successi da una settimana. Tutto l’agonismo della lenta conquista della vetta, della lunga permanenza in classifica, del rapporto credibile tra grandi vendite e successo in hit-parade, si perse nel volgere di pochi anni. Oggi si arriva primi in classifica vendendo una miseria di copie, se ne esce altrettanto rapidamente, e soprattutto non gliene frega niente a nessuno (salvo agli addetti ai lavori, che le usano ancora come strumento di promozione e comunicati stampa, fingendo di prenderle sul serio). Chi di voi, che state leggendo un libro che parla di canzonette, sa quale sia prima in classifica questa settimana?
Sancita la mortalità dell’oggetto commerciale, rimaneva il suo contenuto: la canzone. Poteva essere mortale anche lei? Ma va’. La canzone appartiene alla specie umana e al suo modo di vivere. Per ragioni antropologiche e culturali che qualcuno saprà spiegare, la canzone è per gli uomini e le donne come il pasto quotidiano, come il sonno notturno. Nessuno mangia per otto ore e poi digiuna per quattro giorni (anche se con certi matrimoni ci si va vicino), nessuno alterna due ore di sonno a due ore di veglia, e così via. E le canzoni sono fatte così, durano quel tempo lì, hanno quegli ingredienti lì. Le deroghe sono solo deroghe, e non si può tirare la corda più di tanto: se dura ventuno secondi non è una canzone, se ha dentro un minuto di muggiti ininterrotti e discontinui non è una canzone, se cambia drasticamente volume quattro volte non è una canzone, eccetera.
La canzone non è mai morta, e non poteva morire. I concept album, le opere complesse e strutturate, possono aver introdotto “canzoni” difficilmente isolabili, che possiedono un senso più fruibile solo dentro al tutto, ma l’elemento essenziale della nostra percezione della musica è sempre stato quello. Persino le opere liriche – più “opera” di un’opera, che c’è? – nella loro completezza conoscono il successo delle arie, e persino le raccolte di arie, gli “highlights”. Non c’è verso, la grandissima parte della musica che investe le nostre vite ci rimane addosso in quella forma lì. Canzoni.
Da ragazzi, il primo modo con cui si concretizzava la dipendenza dall’oggetto canzone non era tanto l’acquisto del 45 giri – appannaggio di alcuni appassionati e dotati di maggiore liquidità – quanto la produzione della “cassettina”, o “nastrone”. Niente testimonia più di questo rito immortale la tendenza naturale dell’uomo a liberarsi dall’album e dalla sua rigidità e discontinuità, per isolarne ciò verso cui l’istinto lo porta. La canzone, e la raccolta personale e autonoma di canzoni come affermazione di sé e della propria creatività. Il primo nastrone non era altro che l’affermazione di una pulsione naturale verso la creazione di un mondo sonoro a propria immagine e somiglianza e verso il desiderio di farne partecipe il prossimo. Dopo alcuni mesi di vita, l’essere umano si solleva dalle quattro zampe e muove i primi passi sulle gambe: l’uomo è bipede. Alcuni anni dopo, abbandona l’ascolto passivo delle canzoni infilate in un album e compila il primo nastrone: l’uomo è deejay.
La relazione intensa e decisiva tra chi crea le canzoni e chi le sceglie, le organizza in successione e le consegna all’ascolto del prossimo, ha a che fare con un discorso più generale che non riguarda solo la musica. È la relazione tra chi ha talento per creare delle cose e chi non ha quel talento ma ha la capacità o la voglia di riconoscere il talento altrui per consegnarlo al mondo nella forma più accessibile e godibile. Nel mondo adulto questa relazione riguarda i galleristi, gli editori, i produttori cinematografici, i curatori di rassegne stampa, e molti altri. Da ragazzi – in società urbane e industriali in cui non si va più nei prati a raccogliere fiori di campo per una ragazza – è quello che avviene con il nastrone. Che nasce proprio dalla presa di coscienza che Francesco De Gregori, Bob Dylan e Rod Stewart sono in grado di scrivere canzoni bellissime, ma non di sceglierne dieci che in fila mi piacciano. Voi le scrivete e le cantate, io le scelgo e le metto assieme. La percezione di un simile bisogno e di una simile attività di assemblaggio in base a gusti diversi da quelli dell’artista che mette assieme un album, è quello che poi ha generato il fenomeno industriale delle compilations, il loro successo, e il loro vituperio. Le compilations consegnano ai fruitori passivi di canzoni una scelta che cerca di andare più incontro ai loro desideri di quanto possa fare il singolo artista, ma basando i propri criteri su meccanismi di mercato, le canzoni che vengono promosse come singoli: in una società capitalistica, è comunque un criterio vincente. Ma al tempo stesso è un criterio ancora una volta unilaterale e spersonalizzato, intollerabile ai creatori attivi di nastroni. Non è più un’assenza di personalizzazione della raccolta: è una personalizzazione di massa, per una persona che non esiste, e che non sono io.
Il nastrone aveva tutto un suo cerimoniale. Uso il passato, perché il nastrone as-we-knew-it è finito con la fine delle cassette, anche se in una forma più asettica e infrequente vive ancora attraverso i cd masterizzati. L’editor di questo volume mi ha di recente consegnato un cd da lui assemblato mettendo in successione sedici versioni di “Louie Louie” (purtroppo, avevo già firmato il contratto). E io stesso non tanti anni fa confezionai un cd di ballate sentimentali per colei che poi sarebbe diventata mia moglie, malgrado questo.
Ma non è più la stessa cosa. Una volta i nastroni si facevano prima di tutto per se stessi. Adesso il cd masterizzato è solo un supporto per trasportare la musica e consegnarla a qualcun altro: le collezioni di canzoni per nostro personale gradimento non ne hanno bisogno. Ci sono le playlists di iTunes, le funzioni random, e il passaggio dall’ascolto di una canzone a un’altra è così semplice – clic! – che riduce anche il bisogno stesso di una comunque rigida selezione che cammini da sola. Il cd masterizzato è rimpiazzabile, riproducibile e duplicabile a piacimento. Il nastrone era unico: duplicarlo significava aggiungere altre due dita di fruscio sulla già carente qualità della cassetta. A volte una canzone del nastrone diventava noiosa e inascoltabile, e rovinava la perfezione omogenea della raccolta. Allora si cercava di sostituirla con qualcosa della stessa durata, lavorando di cesello con la pausa, il contatore e la manopola INPUT, e combinando spesso dei guai tremendi. C’erano quelli che rimuovevano le linguette della cassetta per evitare cancellazioni accidentali, e quelli che percepivano anche la rimozione delle linguette come un sacrilegio contro l’integrità del nastrone. E c’era chi aveva imparato a intervenire chirurgicamente sui nastroni quando finivano immancabilmente “mangiati” da una piastra criminale: tagliando e ricucendo e riascoltando con una fitta al cuore lo scarto inferto a metà canzone, cicatrice definitiva.
Ricapitolando, il ventennio del compact disc ha cercato di fare fuori i nastroni da una parte, e le canzoni come unità di misura minima della nostra fruizione della musica, dall’altra.
Poi è arrivata la rivoluzione. Quella vera.

Discussion

2 comments for “L’introduzione (un pezzo)”

  1. Bello il blog e l’introduzione della precedente edizione del libro, bravo Luca. Nonostante la riedizione non ottimale, certo….

    Posted by Andrea | aprile 11, 2008, 14:46
  2. lo sapete quale nome avevano prima di quest’ultimo

    Posted by maria elena | febbraio 24, 2010, 21:21

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Artisti

  • John Martyn
    (1948, New Malden, Inghilterra - 2009) John Martyn era un barbuto cantautore un po’ inglese e un po’ scozzese sulla sessantina, popolare non ora e non qui, autore di grandi canzoni e innovatore della relazione tra folk, blues e jazz, soprattutto nei Settanta. Ma fino alla sua morte aveva suonato e cantato ancora (con una voce inconfondibile, borbottata) malgrado gli avessero amputato una gamba pochi anni prima.  #